“Les clés du Paradis…” in Vaticano!

Questo testo è stato pubblicato sulla rivista “Siamo di nuovo insieme” nel numero 103 – 104, di giugno 2021. 

Di certo non avrei mai scoperto cosa sia un “clavigero” se non avessi letto l’articolo pubblicato sulla rivista “Point de vue” del luglio 2020. In questo testo ci si spiega, con molti dettagli, che in Vaticano esiste un personaggio unico al mondo: è il funzionario che detiene le 2.797 chiavi che aprono “le porte dei maggiori tesori della storia dell’arte mondiale”. In questo momento, e a partire dal 2012, il posto di clavigero è occupato da Giovanni Crea, un ex carabiniere, orgoglioso del posto che detiene.

Ogni mattina, provo una sensazione unica”, dice Giovanni. “Un’impressione straordinaria, mai la stessa, come respirassi un’aria magica nel momento in cui apro la porta della Cappella Sistina e ammiro l’affresco di Michelangelo, solo e immerso della più totale quiete. Come potrei annoiarmi di una cosa simile? 

Giovanni Crea lavora nella Città del Vaticano da oltre 20 anni. All’epoca, lui era un semplice studente che desiderava diventare magistrato e aveva bisogno di un posto di lavoro provvisorio per finanziare i suoi studi in legge.

 “Lavorando qui, mi sono innamorato della storia dell’arte. È necessario precisare che il mio posto è nella «loggia d’onore»! In totale, qui abbiamo 7,5 km di musei, e le collezioni si compongono anch’esse perfettamente di vasi etruschi o dipinti cinesi, manoscritti medievali o delle più belle statue dei maestri del Rinascimento italiano.

Giovanni da quasi dieci anni è “capo clavigero”, l’undicesimo dalla nascita di quest’incarico, nel 1970. All’inizio, la chiave della Cappella Sistina era custodita dal “maresciallo  del Conclave”, scelto tra i membri dell’aristocrazia romana.

Tuttavia il suo non è un lavoro solitario. Giovanni guida una squadra di cinque persone. “Dividiamo tra di noi le diverse zone del museo, come anche la sua apertura e chiusura.” Sempre loro hanno la responsabilità di verificare la condizione delle opere esposte, alla fine di una giornata di visite. E in un museo che, in condizioni normali, è percorso da 25.000 visitatori al giorno, non è una cosa facile! Perfino durante la pandemia di Coronavirus, le sale del museo sono attraversate da circa 4.500 persone al giorno. 

Il mio dipartimento preferito è il Museo Pio-Clementino del Palazzo del Belvedere, inaugurato nel 1771, dove di trova la celebra statua «Laocoonte e i suoi figli» aggrediti dai serpenti, un’opera antica ritrovata nel XVI secolo e comprata da papa Giulio II. Sempre qui si trovano anche «L’Apollo» e il «Torso del Belvedere», due antiche opere in marmo che hanno ispirato Michelangelo quando ha affrescato la Cappella Sistina, specialmente per il volto e il petto, in rotazione, di Gesù Cristo”.

È vero, il sig. Crea ha un debole per la pittura di Michelangelo, sebbene l’abbia in ugual misura per le statue etrusche o per la calligrafia cinese. 

L’arte ha il potere unico di ricongiungere le persone, qualsiasi sia la loro cultura o religione. È miracoloso poter assistere in diretta a questo fenomeno, vedere i visitatori venire da tutto il mondo alla ricerca dell’emozione unica che la bellezza può generare. Gran parte di queste opere sono state create allo scopo di evangelizzare. Tuttavia, oltre qualsiasi significato teologico, è la bellezza stessa a renderci più buoni. 

Il clavigero di oggi ha avuto la fortuna di conoscere gli ultimi tre Sommi Pontefici.

 “Ho iniziato a lavorare qui durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Ho conosciuto bene Papa Benedetto XVI, perché lavorava qui prima di essere eletto. Era molto semplice con noi. Papa Francesco mi ha fatto l’onore di ricevere mia madre in udienza privata, proprio poco prima della sua morte. Mia madre era talmente devota che credo sia stata una delle più grandi gioie della sua vita”.

 E Giovanni Crea ci confida, scoppiando a ridere: “Sapete, per un cristiano è comunque il più bel mestiere del mondo! 

Tra le immagini che illustrano l’articolo menzionato, uno ha richiamato la mia attenzione.

Si tratta della scala elicoidale, tramite cui si entra e si esce dal Museo Vaticano. Si chiama “Scala di Bramante”. Tuttavia, questa scala non è stata concepita da Donato “Donnino” di Angelo di Pascuccio, detto “Bramante”, nato nel 1444 a Fermignano, vicino a Urbino, e deceduto a Roma nel 1514. Sarebbe stato possibile, perché Bramante è conosciuto soprattutto per aver inizialmente concepito e parzialmente realizzato la Basilica di San Pietro a Roma, centro nevralgico del Vaticano. Però la “Scala di Bramante” è stata realizzata solo nel 1932 dall’architetto Giuseppe Momo (1875, Vercelli – 1940, Torino).

Questa è ispirata a una scala rinascimentale del XVI secolo dell’architetto Bramante, presente nel Museo Pio-Clementino. La scala originale rinascimentale di Bramante è stata commissionata nel 1512 da Papa Giulio II, per connettere il Palazzo del Belvedere al Vaticano.

La sua architettura in doppia spirale, la larghezza e la forte pendenza sotto forma di rampa garantiscono la circolazione simultanea in due sensi, “a piedi, a cavallo, in una carrozza trainata da cavalli o addirittura di un carro di buoi”… (come sarebbe la famosa scala doppia del 1545 a Château de Chambord, attribuita a Leonardo da Vinci).

La scala a spirale del 1932 è stata immaginata come quella precedente, concepita con un effetto ottico, di forma di spirale conica ascendente o discendente, illuminata da un tetto a vetri nella parte superiore e perimetrata da balaustre metalliche decorate con lo stemma papale e dalla Cornucopia. La scala del Vaticano permette l’uscita dal museo discendendo una spirale e, separatamente, risalendone un’altra diretta all’ingresso del museo. 

Però, questa splendida scala elicoidale, che conosco dalla mia prima visita a Roma, nel 1968, a me ricorda un altro museo, ugualmente celebre, ma con opere e una funzione architettonica totalmente diversa, che ho scoperto solo nel 1974: 

“Il Museo Solomon R. Guggenheim è un museo d’arte moderna situato sulla Fifth Avenue nell’Upper East Side di New York City, negli Stati Uniti. Si tratta del più noto tra i diversi musei creati dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim. Spesso è chiamato semplicemente «Guggenheim». Nel 2005, conteneva circa 6.000 opere, delle quali solo il 3% era esposto. All’inizio, il suo nome è stato «Museo della pittura non-oggettiva», che può essere tradotto come «Museo della pittura non-figurativa». È stato creato per essere un luogo in cui esporre l’arte d’avanguardia degli artisti modernisti, come Vasilij Kandinskij o Piet Mondrian. L’attuale posizione del museo, all’angolo tra l’89esima strada e la Fifth Avenue, con vista sul Central Park, risale al 1959, dopo la progettazione della nuova struttura da parte di Frank Lloyd Wright, morto prima della conclusione della costruzione e dell’inaugurazione del museo, il 21 ottobre 1959.

Lo spazio del museo ha una struttura elicoidale. Il visitatore entra dall’alto, poi scende man mano fino al livello del suolo attraverso una rampa leggermente inclinata: così, la nozione di sala d’esposizione scompare in favore di una continuità di presentazione.”

 

Adrian Irvin ROZEI

La Bastide Vieille, aprile 2021

 

Traduzione Clara Mitola

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