Una via lunga 2000 anni!

Questo testo è stato pubblicato sulla rivista “Siamo di nuovo insieme” nel numero 95 – 96, di aprile-giugno 2020. 
 

Era il 1968.

All’arrivo dell’estate dovevo scegliere il posto in cui avrei passato la mia prima lunga vacanza da persona libera.

La decisione non è stata per niente semplice: potevo scegliere qualsiasi paese al mondo, tranne quelli comunisti. Ma i mezzi finanziari limitati e un po’ di logica mi hanno spinto a scegliere tra Spagna e Italia. E, consultando le offerte sulla lista Oeuvres universitaire, ho deciso di andare a Roma. E per non fare le cose a metà, ho scelto un soggiorno di 15 giorni.

Sono sbarcato nella capitale italiana dopo un lungo viaggio, di circa 24h, che mi ha permesso di avanzare lungo la costa, da Genova a Roma, e iniziare così a scoprire il paesaggio marittimo transalpino. Già in treno ho notato con stupore di comprendere piuttosto bene l’italiano. Forse in una vita precedente ero stato italiano!

A Roma, il piccolo albergo che avevo scelto tra quelli proposto da Oeuvres universitaire, si trovava proprio nel centro della città. In realtà, la „Pensione del Leoncino”, come spesso accade a Roma, occupava un piano di un immobile di abitazioni della Capitale, mentre al pianoterra c’erano dei negozi, tanto di alimentari quanto d’abbigliamento. Ricordo, allo stesso modo, anche un garage all’angolo della strada, che disturbava i condomini con le sue auto parcheggiate in qualsiasi modo e che impedivano la circolazione già difficile del quartiere. I commercianti presenti qui in tutte le stagioni con la loro esposizione ambulante di merce, cui facevano pubblicità urlando a squarciagola. E se i vicini protestavano, quelli raccoglievano la loro baraonda di oggetti e ricominciavano qualche metro più avanti.

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Ancora di più! Nel palazzo in cui c’era la mia pensione, un immobile esteticamente pregevole con secoli di esistenza, incontravo ogni giorno persone rispettabili, avvocati, medici o notai che uscivano vestiti elegantemente dalle pesanti porte di legno scolpito, che potevi ammirare salendo le scale di questo piccolo castello. Avevo tutto il tempo del mondo per osservarle quando salivo o scendevo le scale.

D’epoca, i meravigliosi ascensori con porte in ferro battuto come negli stabili di lusso del centro della città, si mettevano in moto solo dopo aver introdotto una moneta da 100 lire in un cassetta metallica, posta accanto alla porta e intonata alla cabina. Non so come procedessero gli inquilini permanenti dell’immobile. Credo avessero un gettone recuperabile. Ma gli studenti della pensione, per fare un po’ d’economia, aspettavano a lungo l’arrivo di un locatario. Noi non avevamo scoperto il trucco di Totò di non so quale film del dopoguerra, che aveva legato un filo in una moneta forata, e la ritirava subito indietro quando l’ascensore si muoveva.

D’altra parte la caccia al risparmio era uno sport praticato quotidianamente.

Nella nostra pensione esisteva un solo telefono, posizionato in corridoio vicino alla porta d’ingresso. Quando i locatari telefonavano alle loro famiglie, di solito in P.V.C., tutti potevano approfittare della conversazione. In tutte le lingue del mondo! E, anche se non capivo la lingua di comunicazione, indovina dal tono dell’interlocutore se assicurava alla famiglia di star bene, se si trattava di una spedizione urgente di denaro o di appianare una storia d’amore. Allora, una persona con il cuore grande e che capiva la lingua, adempiva il suo dovere d’onore e precisava per noi i punti essenziali della conversazione. Dal canto suo, il proprietario della pensione, che voleva essere certo di recuperare i costi delle chiamate, aveva attaccato sotto il telefono un piccolo annuncio in bella scrittura, in cui diceva: “Sono amabile, sono cortese, / Ma pagatemi le spese”.

“Via del Leoncino”, una stradina con appena venti numeri, si trovava nel cuore della capitale italiana, e solo una minuscola piazza chiamata “Largo Goldoni”, la separava dal “Via del Corso”. Il corso è la principale arteria di comunicazione della città, che procede in linea retta da Piazza Venezia e dal Foro, fino a Piazza del Popolo e al muro di cinta abbattuto da papa Alessandro III nel 1655, in occasione della visita a Roma della regina Christine di Svezia, per creare un passaggio più grande, Porta del Popolo.

Ho scoperto che lungo il Corso si allineano palazzi, gallerie commerciali, celebri caffè, chiese di diversi culti, cinema, edicole di giornali, fermate d’autobus, ristoranti di tutte le categorie… e naturalmente alcuni tra i più grandi alberghi del paese e innumerevoli pensioni insieme ai famosi “Bed and Breakfast” (“letto e colazione”).

Dal 1968 al 2016 il paesaggio non è cambiato per niente! Solo noi siamo invecchiati!

En 1968 et en 2016:Le paysage n’a pas changé ! Il y a que nous qui avons vieilli!

Puoi passare ore intere a passeggiare sul Corso, anche senza approfondire la storia di ciascun palazzo. Perché Via del Corso cristallizza sul suo percorso tutta la storia del paese, com’è scritto in un libro pubblicato di recente: “Via del Corso: una strada lunga 2000 anni”.

Sempre a Roma, durante la mia prima visita da turista solitario all’estero, ho inaugurato un metodo per scoprire diversi luoghi e che uso ancora oggi. Per prima cosa, passeggio per la città per impregnarmi della sua atmosfera generale. Poi, comincio a cercare i monumenti rappresentativi che conosco. E, in base al tempo che mi rimane, vado a visitare musei e mostre.

A Roma, nel 1968, ho passato quasi un’intera giornata solo passeggiando lungo il Corso! Per fortuna, avevo a disposizione (credevo) molto tempo di fronte a me. Ma, quando la vacanza è finita ed è arrivato il momento di tornare a Parigi, ho avuto un coup de blues. Mi sono reso conto che se per ogni capitale avessi avuto bisogno del tempo che mi è servito per Roma, non mi sarebbero bastate tre vite! Perciò, ero assicurato! Ma nessuna città al mondo è paragonabile a Roma. Neppure lontanamente!

Sono tornato a Roma decine di volte cercando di perfezionare la mia conoscenza della “Città Eterna”. È passato quasi mezzo secolo da quanto vado e torno da Roma, abitando quasi in tutti i quartieri della città. Spesso ho alloggiato in un quartiere vicino alla “Stazione Termini”, con il pretesto che fosse più semplice prendere il treno per uscire o entrare in città. Ho abitato nel vecchio quartiere francese del XVIII secolo, vicino a Trinità dei Monti. Ho abitato anche fuori Roma, in un albergo di lusso, quando i miei agenti rifiutavano di entrare nell’inferno automobilistico del centro della città, per venirmi a prendere al mattino. Ma non sono più tornato ad abitare sul Corso. Perciò, questa volta, ho deciso di ricominciare da zero! Ho scelto un hotel proprio all’inizio di Via del Corso, al numero 4.

Si trattava di nuovo di un piano in un vecchio immobile. Ma molto più in alto, vicino al tetto, la camera vicina chiamata “suite” beneficiava di una piccola terrazza in cima all’immobile, che ti permetteva di ammirare il Corso da un capo all’altro. Com’era per tutte le altre terrazze romane lì intorno, una vera istituzione nella Città Eterna. Come quelle immortale da Ettore Scola nel suo film La Terrazza, in cui erano interpreti: Ugo Tognazzi, Jean-Luis Trintignant, Marcello Mastroianni, Sergio Reggiani, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Galeazzo Benti e Marie Trintignant. 

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Sono uscito presto per passeggiare sul Corso, come se stessi scoprendo Roma per la prima volta. Molto presto mi sono chiesto se si trattasse della stessa città che conoscevo una volta!

Naturalmente, i palazzi e le chiese non si erano mossi negli ultimi 50 anni! Ma la strada era diventata pedonale, e oggi puoi passeggiare con il naso per aria e ammirare, senza la paura di essere investito dalle auto, le loro facciate e le decorazioni. In teoria! Perché in pratica, dovevi star attento ai ciclisti, che si considerano i nuovi padroni della strada e schivano i passanti scampanellando, perché non intralcino il loro cammino.

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Ma, ancora più insopportabile è la moltitudine di tutti i tipi che, senza vergogna, si piazza a mangiare sotto i portici dei palazzi, si stende al sole sui marciapiedi delle chiese, getta cartacce unte e scatole vuote ovunque, si scatta fotografie sui basamenti delle statue, con la scusa che “a Roma bisogna comportarsi come i romani!” Perché le autorità locali chiudono un occhio di fronte al proliferare dei venditori ambulanti, delle bancarelle con spiedini e salsicce arrosto che invadono i marciapiedi, di fronte ai negozi d’abbigliamento o calzature che impilano scatole vuote in piena strada, fin dal mattino, aspettando che i netturbini vengano a recuperarle… di sera!

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Quanto ai negozi, non trovi altro che boutique con prodotti firmati, poiché le botteghe tradizionali sono spariti da molto tempo.

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Allora, che cosa potevo fare per ritrovare la città di una volta? È semplicissimo! Basta aspettare le ore notturne per di iniziare il vagabondaggio.

È il momento in cui la folla di turisti è già a letto, spossata da un’intera giornata di cammino per la città, le strade sono libere dal traffico, i venditori di gelato o pizza hanno chiuso bottega e… tutto è calmo!

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Se per caso una breve pioggia è caduta dal cielo, il marciapiede diventa lucido e riflette i colori affascinanti delle vetrine, perfino quelli dei caffè e dei negozi che hanno chiuso prima ma sembrano ancora vivi / attivi.

Sono passati cinquant’anni da quando ho passeggiato di fronte alle vetrine del Caffè Arango o del Ronzi e Singer e immaginavo che questi luoghi di memoria non potessero che essere immortali.

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Questo è forse il mio più grande rimpianto quando mi trovo a Roma. Oggi, quando nel migliore dei casi, vedo i loro nomi scritti su una facciata cieca, rimpiango di aver risparmiato una banalità senza entrare a prendere almeno un affogato al caffè, ogni tanto. In realtà, è rimasto il Caffè Greco. Ma perfino nel posto in cui ho passato così tanti pomeriggi, sognando a occhi aperti, la quiete è scomparsa nel momento in cui l’indirizzo è apparso in tutte le versioni del mondo della Guide du routard.

Mi è rimasto un “singolo luogo personale di memoria”, il “34”.

Nel 1968, visto che non ero più di uno studente squattrinato, ho deciso di “rompere il salvadanaio” ed entrare almeno una volta in un buon ristorante. Perché ho scelto il “Ristorante 34” in Via Mario dei Fiori n. 34? Non me lo ricordo più!

Ma questo è il ristorante in cui ho scoperto il „Montplan” (reinterpretazione italiana del „Mont Blanc”), un dolce con crema di castagne e Chantilly. E ho appuntato sul menù del ristorante „dolce al cioccolato”, per ricordarlo in futuro.

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Sono tornato al “34” dopo 48 anni! Esisteva ancora e aveva lo stesso nome. Il che è piuttosto raro in quest’ambiento. Purtroppo, il pasticcere, che nel frattempo è stato sostituito innumerevoli volte, non ha più sulla lista il “mio” dolce al cioccolato. Ma ho potuto consolarmi con dell’ottima pasta ai frutti di mare, come ne ho mangiata di rado altrove.

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Ho terminato la mia serata al „Hassler – Villa Medicis”, bevendo un bicchiere di vino in compagnia di una coppia incontrata al “34”, con un’età poco maggiore della mia, quando avevo iniziato a frequentare questi posti. Ho consigliato loro di non ripetere i miei errori, passando accanto a luoghi di memoria la cui esistenza potrebbe essere più breve della loro!

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Adrian Irvin ROZEI

Roma, novembre 2016

Si tous les gars du monde…(II)

Boulogne, 1/06/2020

 

                      …ar vrea să citească « Don Quijote » pe limba lor !

Urmare…

Odată terminată această operaţie, mi-a venit în minte o aventură… de acum 60 ani !

Pe la sfârşitul anilor ’50, am vizionat la Bucureşti un film care făcuse un mare succes pe ecranele europene.

Despre ce era vorba ?

Filmul « Si tous les gars du monde… », turnat de regizorul Christian-Jacque în 1956.

Subiectul ?

Pe o navă de pescuit din Concarneau, « Lutèce », care se află în mijlocul  Marii Nordului, se descoperă că cei doisprezece marinari cad bolnavi unul după altul, puţin timp după ce au consumat șuncă avariată: suferă de botulism.

Radioul de bord fiind în pană, proprietarul Le Guellec, înainte de a suferi la rândul său efectele intoxicației, a avut timp să lanseze un apel de ajutor de la un emițător radio cu unde scurte. Continue reading

Si tous les gars du monde…(I)

Boulogne, 1/06/2020

 

                      …ar vrea să citească « Don Quijote » pe limba lor ! 

 

Pe data de 2/05/2020, primeam mesajul următor de la Madrid : 

« Dragul meu, ce faci ? Sper ca bine.

Am o rugaminte, nu ştiu dacă e posibil. Un grup de persoane vor să recite un paragraf din Don Quijote de la Mancha şi m-au rugat pe mine să o fac, dar eu nu am Don Quijote în româneşte şi nu mai am un bun accent românesc.

Deci, te rugăm daca poţi să te filmezi spunând primele fraze ale carţii pe romaneşte. Ei vor să o aibă pe toate limbile…

Iti mulţumesc şi mi-ai face un mare serviciu. Acelaşi lucru şi pe alte limbi care să nu fie nici spaniola, nici engleza, nici franceza pe care le au.

Te sarut,

Micky »

Pe Micky o cunosc… de 60 ani ! 

Am fost colegi de clasă la Liceul naţional « Spiru Haret », între 1957 şi 1960. După care…nu ne-am mai văzut timp de … jumătate de secol !

Adică, până în 2014, la Bucureşti ! 

Intre-timp, Micky trăise vreo 40 ani la Buenos Aires şi 14 ani la Madrid.

De atunci, ne-am revăzut de câteva ori, la Madrid, în Delta Dunării, la Barcelona şi… la Bucureşti ! In plus, ne scriem şi vorbim, una-două, la telefon !

Nu se poate spune, deci, că demersul ei a fost o surpriză neaşteptată.

Insă, pentru mine, a fost o enormă bucurie ! 

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Anch’io sono pittore !

Boulogne, 25/05/2020

 

En cette période de confinement forcé, les réseaux sociaux tournent à plein régime. Et l’on reçoit, des quatre coins du monde, les mêmes « marronniers »  (Un marronnier en journalisme est un article ou un reportage d’information de faible importance meublant une période creuse, consacré à un événement récurrent et prévisible. Les sujets « débattus » dans un marronnier sont souvent simplistes, parfois mièvres.  )

Tout ça, occupe les internautes désœuvrés !

Parmi les messages envoyés, les jardins japonais occupent une place d’honneur.

C’est ainsi que j’ai reçu, plusieurs fois, l’image d’un superbe cerisier en fleur du Japon. 

En la regardant, une idée me vint à l’esprit :

« Anch’io sono pittore ! » 

C’est l’exclamation émise, paraît-il, par  Correggio (1404 – 1534), à Bologne, devant le tableau représentant Sainte Cécile par Raphaël. On peut la modifier en disant : « Anch’io sono poeta ! » ou de toute autre façon, dit mon « Dictionnaire des citations et locutions étrangères »,

édité par B. Marian à Bucarest, il y a plus de cent ans, en 1916. 

J’ai hérité de ce livre en 1960, au moment du départ précipité d’une tante vers la France, qui a dû abandonner tous ses biens.

J’aime tellement ce livre que je l’ai relié moi-même, avec la couverture d’un cahier « pour écoliers » de l’époque. Puis, je l’ai amené en France, à notre départ de Roumanie.  Continue reading

La stessa storia, un altr’angolo di Roma… (II)

File de jurnal                                              

Boulogne, 21/11/2016 

Pe data de 21/11/2016, am descoperit pe blogul meu comentariul următor :

Ines Di Lelio on 21/11/2016 at 2:17 pm said:

HISTORY OF ALFREDO DI LELIO CREATOR IN 1908 OF “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), NOW SERVED BY HIS NEPHEW INES DI LELIO, AT THE RESTAURANT “IL VERO ALFREDO” – “ALFREDO DI ROMA” IN ROME, PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE 30

With reference to your article I have the pleasure to tell you the history of my grandfather Alfredo Di Lelio, who is the creator of “Fettuccine all’Alfredo” (“Fettuccine Alfredo”) in 1908 in the “trattoria” run by his mother Angelina in Rome, Piazza Rosa (Piazza disappeared in 1910 following the construction of the Galleria Colonna / Sordi). This “trattoria” of Piazza Rosa has become the “birthplace of fettuccine all’Alfredo”.

More specifically, as is well known to many people who love the “fettuccine all’Alfredo”, this famous diş in the world was invented by Alfredo Di Lelio concerned about the lack of appetite of his wife Ines, who was pregnant with my father Armando (born February 26, 1908).
Alfredo di Lelio opened his restaurant “Alfredo” in 1914 in Rome (via della scrofa) in 1943, during the war, he sold the restaurant to others outside his family.

In 1950 Alfredo Di Lelio decided to reopen with his son Armando his restaurant in Piazza Augusto Imperatore n.30 “Il Vero Alfredo” (“Alfredo di Roma”), whose fame in the world has been strengthened by his nephew Alfredo and that now managed by me, with the famous “gold cutlery” (fork and spoon gold) donated in 1927 by two well-known American actors Mary Pickford and Douglas Fairbanks (in gratitude for the hospitality).
See also the website of “Il Vero Alfredo”

I must clarify that other restaurants “Alfredo” in Rome do not belong and are out of my brand “Il Vero Alfredo – Alfredo di Roma”.
I inform you that the restaurant “Il Vero Alfredo –Alfredo di Roma” is in the registry of “Historic Shops of Excellence” of the City of Rome Capitale.

Best regards Ines Di Lelio

 

IN ITALIANO

STORIA DI ALFREDO DI LELIO, CREATORE DELLE “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), E DELLA SUA TRADIZIONE FAMILIARE PRESSO IL RISTORANTE “IL VERO ALFREDO” (“ALFREDO DI ROMA”) IN PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE A ROMA

Con riferimento al Vostro articolo ho il piacere di raccontarVi la storia di mio nonno Alfredo Di Lelio, inventore delle note “fettuccine all’Alfredo” (“Fettuccine Alfredo”).

Alfredo Di Lelio, nato nel settembre del 1883 a Roma in Vicolo di Santa Maria in Trastevere, cominciò a lavorare fin da ragazzo nella piccola trattoria aperta da sua madre Angelina in Piazza Rosa, un piccolo slargo (scomparso intorno al 1910) che esisteva prima della costruzione della Galleria Colonna (ora Galleria Sordi).

Il 1908 fu un anno indimenticabile per Alfredo Di Lelio: nacque, infatti, suo figlio Armando e videro contemporaneamente la luce in tale trattoria di Piazza Rosa le sue “fettuccine”, divenute poi famose in tutto il mondo. Questa trattoria è “the birthplace of fettuccine all’Alfredo”.

Alfredo Di Lelio inventò le sue “fettuccine” per dare un ricostituente naturale, a base di burro e parmigiano, a sua moglie (e mia nonna) Ines, prostrata in seguito al parto del suo primogenito (mio padre Armando). Il piatto delle “fettuccine” fu un successo familiare prima ancora di diventare il piatto che rese noto e popolare Alfredo Di Lelio, personaggio con “i baffi all’Umberto” ed i calli alle mani a forza di mischiare le sue “fettuccine” davanti ai clienti sempre più numerosi.

Nel 1914, a seguito della chiusura di detta trattoria per la scomparsa di Piazza Rosa dovuta alla costruzione della Galleria Colonna, Alfredo Di Lelio decise di trasferirsi in un locale in una via del centro di Roma (via della scrofa), ove aprì il suo primo ristorante che gestì fino al 1943, per poi cedere l’attivită a terzi estranei alla sua famiglia.

Ma l’assenza dalla scena gastronomica di Alfredo Di Lelio fu del tutto transitoria. Infatti nel 1950 riprese il controllo della sua tradizione familiare ed aprì, insieme al figlio Armando, il ristorante “Il Vero Alfredo” (noto all’estero anche come “Alfredo di Roma”) in Piazza Augusto Imperatore n.30 (cfr. il sito web di Il Vero Alfredo).

Con l’avvio del nuovo ristorante Alfredo Di Lelio ottenne un forte successo di pubblico e di clienti negli anni della “dolce vita”. Successo, che, tuttora, richiama nel ristorante un flusso continuo di turisti da ogni parte del mondo per assaggiare le famose “fettuccine all’Alfredo” al doppio burro da me servite, con l’impegno di continuare nel tempo la tradizione familiare dei miei cari maestri, nonno Alfredo, mio padre Armando e mio fratello Alfredo. In particolare le fettuccine sono servite ai clienti con 2 “posate d’oro”: una forchetta ed un cucchiaio d’oro regalati nel 1927 ad Alfredo dai due noti attori americani M. Pickford e D. Fairbanks (in segno di gratitudine per l’ospitalită).

Desidero precisare che altri ristoranti “Alfredo” a Roma non appartengono e sono fuori dal mio brand di famiglia.

Vi informo che il Ristorante “Il Vero Alfredo” è presente nell’Albo dei “Negozi Storici di Eccellenza – sezione Attivită Storiche di Eccellenza” del Comune di Roma Capitale.

Grata per la Vostra attenzione ed ospitalită nel Vostro interessante blog, cordiali saluti

Ines Di Lelio

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La stessa storia, un altr’angolo di Roma… (I)

File de jurnal

 

Boulogne, 05/05/2020

Perioada stranie pe care o traversăm este propice cercetărilor, căutărilor, clasării… documentelor  care aşteptau de atâţia ani să fie consultate ! Tot soiul de activităţi pe care le împingeam mai încolo cu un « le las pe mâine ! », acaparaţi fiind de treburile zilnice.

Acum, însă, nu mai avem nicio scuză pentru a evita această corvoadă. Care, de cele mai multe ori, se vădeşte a fi o plăcere !

Câte amintiri, câte momente plăcute, câte trăiri excepţionale ascunse în fundul memoriei, nu ies la suprafaţă ! 

Printre documentele regăsite cu această ocazie, dau şi peste unu’ pe care-l căutam de vreo 5 ani !

Este vorba de programul unui spectacol de acum… 40 ani !

Un caiet elegant, cu 14 pagini în policromie, format super A4, la care se adaugă un mic « flyer » bicolor cu 4 pagini. 

Despre ce spectacol e vorba ? Simplu ! 

« El Show – Espectàculo de SARA MONTIEL », în luna decembrie a anului 1980, la Teatro Maipo din Buenos Aires. 

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La mia bella Fornarina al balcone non c’è più!!! (II)

Feuilles de journal


Rome, le 24/05/2018

Je pars vers le Trastevere… par la voie des écoliers !

Y-a pas d’urgence ! La fenêtre de la Fornarina est là-bas depuis cinq siècles et… ne va pas partir juste aujourd’hui !

Je repasse par la « Fontana del Tritone », je descends la Via del Tritone et je traverse le Corso.

Je jette un coup d’œil rapide au Panthéon. Comme d’habitude, une queue « longue et touffue » de touristes attend pour voir la tombe de Raphaël ! Ce n’est pas la peine de rester. J’ai assez perdu de temps comme ça ! 

Je longe au pas de charge la Piazza Navona, je traverse sans m’arrêter le Campo dei Fiori et me voilà, enfin, au Ponte Sisto. 

Si j’ai tenu à traverser le Tibre et entrer dans le Trastevere par ce pont, c’est parce que l’endroit est intimement attaché à l’histoire de Raphaël et de la Fornarina !

Non seulement que ce pont, qui existait depuis l’antiquité,  avait été restauré par le pape Sixte IV à peine une trentaine d’années avant l’arrivée du grand peintre à Rome, mais il débouche, de l’autre coté du Tibre sur le « Lungotevere Raffaello Sanzio ».

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La mia bella Fornarina al balcone non c’è più!!! (I)

Feuilles de journal

 

Se la voce è un po’ velata accompagnami in sordina…
La mia bella Fornarina al balcone non c’è più!!
Lungotevere dorme mentre il fiume cammina…
Io lo seguo perché mi trascina con sé e travolge il mio cuor.
Vedo un ombra lontana e una stella lassù…
O chitarra Romana accompagnami tu!

                « Chitarra Romana »  – Claudio Villa

 

Boulogne, 15/04/2020 

L’ « Annéee Raffaello » vient de commencer !

500 ans depuis sa mort ! Déjà ? On dirait que c’était hier.

Pendant ce (très long) laps de temps, on a vu et revu, par ci et par là, les tableaux, fresques, dessins, sanguines… de Raphaël. Mais, cette fois-ci, on a décidé de mettre « les petits plats dans les grands » !

« Raffaello alle Scuderie del Quirinale », du 5 mars au 2 juin, et « Raffaello alla Domus Aurea », du 24 mars à janvier 2021, à Rome, «  Raphaël au Château de Chantilly », du 7 mars au 5 juillet, au Kupferstichkabinett del Kulturforum de Berlin, jusqu’au 1er juin, à la National gallery de Washington, jusqu’au 14 juin, enfin à la National gallery de Londres, du 3 octobre au 24 janvier 2021.

Et, bien sûr, « An Impossible Exhibition » de Bruxelles, avec « des reproductions grandeur nature, ce qui permet d’admirer des œuvres dispersées dans 17 pays différents. ». Au moins, cette dernière exposition a eu la bonne idée de fermer… le 14 mars.

Juste à temps ! Parce que, les autres ne seront vues par personne !

Pas de chance ! Si Raphaël avait pu imaginer la catastrophe qui allait s’abattre sur le monde cinq siècles plus tard, il serait mort… un an plus tôt ! Ou, qui sait, un an plus tard !

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Il mio cuore non è rosso…

Boulogne, 25 aprile 2020

 

Lui è giallo! Come la bandiera gialla dei miei vent’anni.

E il mese di luglio è già arrivato …

Luglio, stamane al mio risveglio non ci speravo più.
Luglio credevo ad un abbaglio e invece ci sei tu…
Luglio ha ritrovato il sole
non ho più freddo al cuore
perché tu sei con me.

Perché … tu sei con me!

In segno di solidarietà con i miei amici italiani!

 

                                      Adrian Irvin ROZEI

                                    Boulogne, aprile 2020

L’Homme qui « a attaché l’âne à sa clôture »

Ce texte est le centième en langue française, publié sur mon site. Je voudrais remercier, à cette occasion, les quelques 12 000 lecteurs qui ont totalisé env. 120 000 vues pour l’ensemble des « posts » dans les quatre langues (roumain, français, italien et anglais) en 2019.

Pour le premier trimestre 2020, le site a enregistré 49032 visites et 4909 lecteurs. Ce résultat est dû, en grande partie, aux textes écrits en français. J’espère pouvoir continuer sur ce rythme… aussi longtemps que possible ! En espérant que mes passions et sujets d’intérêt dans la vie soient aussi les vôtres!

Boulogne, avril 2020

  

A attaché l’âne à sa clôture.

Şi-a legat măgaru’ la gard.

On le dit de quelqu’un qui a réussi dans la vie.

Il y a quelques vingt ans, en 2001, j’ai découvert, dans la revue « Le COURRIER » du Centre culturel roumain de Paris, un article concernant le Dr. Nicolas Guéritée. Ce texte m’a paru si passionnant que j’ai tenu à faire sa connaissance.

J’ai trouvé ses coordonnées et je l’ai appelé. Très gentiment le Dr. Guéritée m’a donné rendez-vous à son bureau, Av. de New-York, sur le quai de la Seine, juste à côté du Musée Mona Bismarck. 

J’avoue que j’ai été impressionné par cet endroit ! Avec une vue imprenable sur la Seine, le bureau du docteur  était un vrai salon, lambrissé  en bois clair, au milieu duquel trônait un lourd bureau en bois de la même couleur. Sur les murs, comme dans une galerie d’art, s’alignaient des photos en couleur montrant les beautés naturelles des Etats-Unis. Sur le bureau du « patron », pas une feuille de papier ! Le signe tangible que je me trouvais en face d’un vrai « grand patron » !* 

Le Dr. Nicolas Guéritée m’a proposé, tout de suite, de nous assoir dans le superbe salon qui occupait un petit quart de son bureau. Continue reading